coltivare l’equilibrio

Avevo concluso il mio precedente articolo sul libro “Lo stato del sì” (di Daniel Siegel e Tina Payne Brison, editore: Raffaello Cortina) dicendo che avrei parlato di come favorire lo sviluppo delle quattro caratteristiche sulle quali si basa lo stato del sì: equilibrio, resilienza, insight ed empatia.

Eccomi, quindi, a dire di come gli autori sopra citati intendono l’equilibrio.

C’è un motivo per cui l’equilibrio è il primo dei quattro pilastri di una vita all’insegna del sì. Infatti, le altre tre abilità fondamentali (resilienza, insight ed empatia) dipendono dalla capacità del bambino di dimostrare un certo equilibrio emotivo ed un certo autocontrollo.

Tutti gli insegnamenti che desideriamo trasmettere ai nostri figli e tutti i frutti che vorremmo vedere (relazioni serene con la famiglia e gli amici, sonno ristoratore, successo scolastico, un generale senso di felicità nella vita) dipendono dalla presenza di equilibrio. Per questo motivo, uno dei principali compiti di un genitore è aiutare il proprio bambino, a prescindere dalla sua età, a divenire più equilibrato.

Ad ogni mamma e papà è capitato di ritrovarsi con il figlio che non controlla le sue   emozioni ed il suo comportamento; se è piccolo, può urlare, buttarsi a terra, calciare, mordere, tirare oggetti; se è più grandicello, può unire ad alcune di queste condotte anche una provocazione verbale. Oppure può chiudersi a riccio, rifiutando ogni comunicazione.

Eppure, ai bambini non piace sentirsi fuori controllo: la mancanza di regolazione li spaventa.

Se non vengono aiutati, si trovano a dovere gestire da soli una condizione di intensa e stressante “dis-regolazione” emotiva.

Basandosi sul lavoro di Bruce McEwen relativo allanocività dello stress, gli autori del libro su-menzionato hanno elaborato una serie di domande per i genitori.

Provate a rispondere anche voi:

  • Con quanta facilità mio figlio riesce a gestire il disagio, la paura, la rabbia, la delusione? Considerando la sua età e il suo livello di sviluppo, è in grado di affrontare gli ostacoli senza perdere rapidamente l’equilibrio emotivo?
  • Quale tipo di emozione (o di ostacolo) gli fa perdere il controllo o lo fa chiudere in se stesso, lo blocca? Tenendo sempre presenti l’età ed il livello di sviluppo del bambino, domandiamoci: “Bastano problemi di lieve entità a farlo esplodere, precipitandolo nella mancanza di regolazione emotiva?”
  • Ci sono fattori scatenanti che abitualmente lo portano a perdere l’equilibrio emotivo? Questi fattori hanno a che fare con bisogni fisici (ad esempio: fame, stanchezza)? Ci sono determinate abilità sociali non sufficientemente sviluppate, in cui mio figlio avrebbe bisogno di esercitarsi?
  • Quando perde l’equilibrio emotivo, quanto intensa è la sua reazione?
  • Per quanto tempo mio figlio rimane lontano dallo stato di equilibrio emotivo e con quanta facilità vi fa ritorno? Qual è la sua capacità di riprendersi dalle difficoltà? Dopo avere perso la padronanza di sé, quanto è difficile per lui recuperare l’autocontrollo?

 

Come aiutare il bambino a raggiungere un maggior grado di equilibrio (che renderà la vita quotidiana più facile e più tranquilla) e, allo stesso tempo, come aiutare chi si prende cura di lui ad insegnargli le abilità che possano servirgli per tutta la vita, così da diventare un adolescente e poi un adulto in grado di vivere con serenità?

Il punto non è memorizzare una serie di cose da fare; la base fondante è il rapporto che noi genitori abbiamo con loro.

Tutto ha inizio dalla relazione.

Immaginiamo che la nostra bimba di tre anni vada su tutte le furie, perché le diciamo che non può guardare la tv, visto che ha raggiunto il limite di tempo giornaliero stabilito. Mentre sta per avere una crisi di collera, premuriamoci di entrare in sintonia con il suo stato d’animo, in modo che si senta compresa ed ascoltata. Potremmo dirle: ”Tesoro, lo so che avevi ancora tanta voglia di guardare la televisione! Sei arrabbiata? Lo so, non è facile. Lo capisco. Sono qui con te!” Non cambiamo idea sulla tv, ma la bambina sa si essere ascoltata. Invece di reagire esclusivamente alle sue azioni manifeste, concentriamo l’attenzione sul suo mondo interiore e sintonizziamo su di esso la nostra comunicazione. Le forniamo così il sostegno per riuscire a sopportare le emozioni difficili e le dimostriamo di riuscire a tollerare le sue emozioni, anche quando lei non ci riesce. In tal modo, la bambina potrà ampliare la sua tolleranza ad esse.

Proprio come faremmo se nostro figlio si facesse male fisicamente, così dovremmo consolarlo anche quando sta male psicologicamente.

Entrare in sintonia significa mostrare empatia ed affermare la nostra presenza rassicurante attraverso manifestazioni fisiche di affetto, parole di comprensione, espressioni del viso, che mostrino come noi comprendiamo il suo stato d’animo.

Tutto ciò aiuta il bambino a calmarsi e a diventare più ricettivo nei confronti delle nostre parole; a questo punto, potremmo incanalare la sua attenzione verso un comportamento appropriato. Questo è il momento in cui poniamo i limiti che aiutano i bambini a sentirsi al sicuro e facciamo loro capire che sono responsabili del loro comportamento.

Attenzione, però: entrare in sintonia con il figlio non significa diventare tutt’uno con lui. Occorre lasciare spazio alla differenziazione, cioè al rispetto delle differenze tra noi e lui.

Si devono favorire in egual misura il collegamento emotivo e la differenziazione, come dimensioni fondamentali dell’amore e del sostegno.

Quando il nostro bambino si chiude a riccio o vira verso una crisi di ira volubile, il nostro compito non è quello di lasciarsi contagiare dal suo stato d’animo, né quello di fare in modo che non provi emozioni negative o che non si trovi mai di fronte a qualsiasi difficoltà.

Il nostro compito è farlo sentire sicuro, contenendo i suoi scoppi emotivi, senza perdere, a nostra volta, il controllo. In questo modo, lasciamo che il bambino viva le sue emozioni negative, fornendogli allo stesso modo una rete di sicurezza, perché “cada sul morbido”, perchè non sia lasciato solo con la sua sofferenza.

Occorre consentirgli di fare esperienza di emozioni negative, che inevitabilmente ritroverà nella vita ed occorre anche restargli vicino nella misura necessaria a tenerlo al sicuro e ad aiutarlo a ritrovare l’equilibrio.

È il “giusto mezzo” dell’approccio “del sì”.

Nel prossimo articolo approfondirò questi concetti.trave-equilibrio-2 trave-equilibrio-2

 

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